arrendersi alla tristezza e accogliere il destino

lo credo che quasi tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi sentiamo come paralisi, perché non udiamo più vivere i nostri sentimenti sorpresi. Perché noi siamo soli con la cosa straniera che è entrata in noi; perché quanto ci era confidente e abituale per un momento ci è tolto; perché noi siamo in un passaggio dove non possiamo fermarci. Perciò anche poi passa la tristezza: il nuovo in noi, il sopravvenuto, è entrato nel nostro cuore, è penetrato nella sua camera più interna e anche là non è più, è già nel sangue. E noi non capiamo cosa sia stato. Ci si potrebbe facilmente persuadere che nulla sia accaduto, e pure noi ci siamo trasformati, come si trasforma una casa, in cui sia entrato un ospite. Noi non possiamo dire chi sia entrato, forse non lo sapremo mai, ma molti indizi suggeriscono che il futuro entra in noi in questa maniera per trasformarsi in noi, molto prima che accada.

E perciò è tanto importante essere soli e attenti, quando si è tristi: perché il momento, vuoto in apparenza e fisso, in cui il futuro entra in noi, è tanto più vicino alla vita, di quell’altro sonoro e casuale istante in cui esso, come dal di fuori, ci accade.
Quanto più calmi, pazienti e aperti noi siamo alla tristezza, tanto più profondo e infallibile entra in noi il nuovo. Tanto meglio noi ce lo conquistiamo, tanto più sarà esso nostro destino, e noi ci sentiremo, se un giorno più tardi accadrà (cioè da noi uscirà verso gli altri) affini e prossimi ad esso, nel più intimo di noi stessi.
Si imparerà a poco a poco a riconoscere che quello che noi chiamiamo destino esce dagli uomini, non entra in essi dal di fuori. Solo perché tanti non assorbirono e trasformarono in se stessi i loro destini – finché vivevano in loro – non riuscirono a riconoscere che cosa usciva da essi. Era a loro così estraneo, quel destino, che essi credettero, nel loro terrore smarrito, che dovesse appunto da un momento all’altro essere entrato in loro. E giuravano di non avere ritrovato mai in sé prima cosa simile. Come a lungo ci si è ingannati sul movimento del sole, così ci si inganna ancora sempre sul movimento dell’avvenire.
Il futuro sta fermo, ma noi ci muoviamo nello spazio infinito.

E se torniamo a parlare della solitudine si chiarisce sempre più che non è cosa che sia dato di scegliere o lasciare. Noi siamo soli.
Ci si può ingannare su questo e fare come se non fosse così. Ma quanto meglio invece sarebbe comprendere che noi lo siamo, soli, e anzi partire da lì.
E allora accadrà che saremo presi dalle vertigini; perché tutti i punti su cui il nostro occhio usava riposare ci vengono tolti, non v’è più nulla di vicino, e ogni cosa lontana è infinitamente lontana. Chi dalla sua stanza, quasi senza preparazione e trapasso, venisse posto sulla cima di una grande montagna, dovrebbe provare un senso simile: una incertezza senza uguali, un abbandono all’ignoto quasi l’annienterebbe.
Egli vaneggerebbe di cadere o si crederebbe scagliato nello spazio o schiantato in mille frantumi. Quale enorme menzogna dovrebbe inventare il suo cervello per recuperare e chiarire lo stato dei suoi sensi. Così si mutano per colui che diviene solitario tutte le distanze, tutte le misure; di queste mutazioni molte sorgono d’improvviso e, come in quell’uomo sulla cima della montagna, nascono allora straordinarie immaginazioni e strani sensi, che sembrano crescere al di sopra di ogni capacità di sopportazione.

Ma è necessario che noi consumiamo anche questa esperienza.
Noi dobbiamo accogliere la nostra esistenza quanto più ampiamente ci riesca; tutto, anche l’inaudito deve essere ivi possibile. È questo in fondo il solo coraggio che a noi si richieda: il coraggio di fronte all’esperienza più strana, più prodigiosa e inesplicabile, che ci possa incontrare. Che gli uomini fossero in questo senso vili, ha recato un danno infinito alla vita. Le esperienze che si chiamano “apparizioni”, tutto il così detto “mondo degli spiriti”, la morte, tutte queste cose a noi così affini, sono state tanto cacciate dalla vita, per difesa quotidiana, che i sensi (spirituali) con cui le potremmo afferrare si sono rattrappiti. L’angoscia davanti all’inesplicabile ha impoverito non solo l’esistenza del singolo, ma anche le relazioni da uomo a uomo ne sono state ristrette, come trasportate da un alveo d’infinite possibilità su un argine incolto, in cui non accade nulla.
Perché non si deve solo alla pigrizia se le relazioni umane si ripetono così indicibilmente monotone e senza novità da caso a caso, ma lo si deve alla paura di un’esperienza nuova, imprevedibile, per cui non ci si crede maturi.
Ma solo chi è disposto a tutto, chi non esclude nulla, neanche la cosa più enigmatica, vivrà la relazione con un’altra persona come qualcosa di vivente, e attingerà sino al fondo la sua propria esistenza. Perché la maggioranza delle persone impara a conoscere soltanto un angolo del proprio spazio, un posto alla finestra, una striscia, su cui andare su e giù. Solo così essi hanno una certa sicurezza.
E pure è quella incertezza piena di pericoli tanto più umana, che spinge i prigionieri nelle storie di Poe a palpare le forme del loro pauroso carcere e a non estraniarsi agli indicibili terrori del loro soggiorno.

Ma noi non siamo prigionieri. Non reti e trappole sono tese intorno a noi, e non v’è nulla che ci debba angosciare o tormentare. Noi siamo posti nella vita come nell’elemento più conforme a noi, e inoltre per adattamento millenario ci siamo tanto assimilati a questa vita che, se ci teniamo immobili, per un felice mimetismo ci si può appena distinguere da tutto quanto ci attornia. Noi non abbiamo alcuna ragione di diffidare del nostro mondo, perché non è esso contro di noi. E se esso ha terrori, sono nostri terrori, se ha abissi, appartengono a noi questi abissi, se vi sono pericoli, dobbiamo tentare di amarli. E se solo indirizziamo la nostra vita secondo quel principio, che ci consiglia di attenerci sempre al difficile, quello che ora ci appare ancora la cosa più estranea, ci diventerà la più fida e fedele.

Dovete pensare che qualcosa sta accadendo in voi, che la Vita non vi ha dimenticato, che vi tiene nella sua mano; non vi lascerà cadere. Perché volete voi escludere alcuna inquietudine, alcuna sofferenza, alcuna amarezza dalla vostra vita, poiché non sapete ancora che cosa tali stati stiano facendo nascere in voi? Perchè mi volete voi perseguitare con la domanda di dove possa venire tutto questo e dove voglia finire? Quando in verità sapete che siete in un passaggio e nulla avete tanto desiderato quanto trasformarvi.

Se qualcosa dei vostri processi ha l’aspetto d’una malattia, riflettete che la malattia è il mezzo con cui l’organismo si libera dell’estraneo: allora bisogna solo aiutarlo a essere malato, con tutta la sua malattia che scoppia, poiché questo è il suo progresso.

R. M. Rilke
Lettera del 12 agosto 1904

 

 

 

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